Levi’s, i brand dei “jeans” si converte alla Canapa

Levi’s, i brand dei “jeans” si converte alla Canapa

Mentre in Italia il governo ancora discute sull’utilizzo della canapa, altrove sempre più aziende e stilisti la studiano come materia prima per i loro capi d’abbigliamento. Tra questi brand innovativi non poteva mancare Levi’s, l’azienda che ha fatto dei jeans un’icona dell’abbigliamento.

Pare che l’azienda sia in fase avanzata di studio: lo scorso marzo, infatti, è riuscita già a creare una vera e propria collezione dal nome Levi’s Wellthreat x Outerknown, con un paio di pantaloni e un giubbetto la cui etichetta riportava un mix di canapa (31%) e cotone.
Il vero obiettivo però, secondo quanto dichiarato a Business Insider dal responsabile per l’innovazione di Levi Strauss & Co, Paul Dillinge, è quello di riuscire ad usare la canapa al 100% entro cinque anni; la vera sfida sarà renderla morbida ed indossabile per i pantaloni e le magliette di tutti i giorni.

Il 2018 per gli Stati Uniti è stato l’anno del boom delle coltivazioni di canapa industriale.
Dopo l’approvazione del Farm Bill, che ha reso questo tipo di agricoltura legale anche a livello federale e ha innescato una vera e propria esplosione dell’industria, oggi si parla di un mercato da oltre 13 miliardi di dollari entro il 2026.

La storia del Jeans: canapa, Italia e Levi Strauss

Levis_Cannabis

All’origine dei blue jeans c’era anche la canapa italiana.
Spesso associati ai cow boy, ai cercatori d’oro e ai minatori del Far West che li utilizzavano per cavalcare, in realtà i jeans devono il nome del loro tessuto alla città di Genova.
Qui, la stoffa di cotone mescolata alla canapa, il fustagno o corduroy, veniva prodotta e indossata dai portuali genovesi. A causa del loro lavoro, si decise subito di tingere la stoffa di un colore indaco scurissimo, in modo da nascondere le macchie di grasso.

Nel secolo XIX, grazie ai legami molto stretti tra le città portuali, la “tela blue” tanto apprezzata dai mercanti inglesi e americani, iniziò a espatriare in America, diventando l’indumento da lavoro primario. Alla fine dell’ottocento, in questo luogo, il tessuto “Jeans” diventa sinonimo di pantalone a 5 tasche, e il “Denim”, da “de Nîmes”, il tessuto del pantalone.

Il grande “marchio storico” americano che diede origine alla grande industria del Jeans, come oggi la conosciamo, fu Levi Strauss.
Nella seconda metà dell’Ottocento, l’immigrazione europea verso gli Stati Uniti d’America si sviluppò e s’intensificò: la famiglia Strauss, ebrea con origini bavaresi, si trasferì a New York iniziando a gestire una merceria. Nel 1866, la Levi Strauss & Co. aprì a Battery Street, attuale sede legale della compagnia, realizzando i pantaloni e le innovative salopette in denim.

Tutto questo rimase così fino a quando, nel 1873, Jacob Davis, un sarto del Nevada, si unì alla compagnia brevettando una linea di abbigliamento rinforzata da rivetti e fatta di true blue denim.
I rivetti, ossia i bottoncini in rame che servono a evitare che le cuciture dei pantaloni si strappino, erano necessari per i minatori e i cercatori d’oro che si lamentavano della costante usura del materiale.
Nel maggio 1873, l’ufficio Brevetti USA conferì il brevetto n.139.121 a Levi Strauss & Co. e a Jacob Davis per questa invenzione, portando alla nascita del blue jeans, originariamente chiamato “XX”.

Il caso Levi’s: il ritorno della canapa tessile. Perché?

Perché la Levi’s oggi sceglie canapa?
Non siamo stupiti dalla scelta dell’azienda, visto che originariamente era questo il materiale in uso per la creazione dei jeans. Non siamo neanche stupiti dalla sua voglia di riesumare proprio oggi la canapa tessile, considerando il suo minore impatto ambientale e l’approccio delle numerose Lohas (Lifestyle of Health and Sustainability) che stanno spingendo per una nuova

Cannabis_Weed

economia tessile improntata sulla sostenibilità.

Le piantagioni di canapa richiedono circa il 30% meno di acqua rispetto alle coltivazioni di cotone e un minore ricorso ai pesticidi, con un conseguente miglioramento del terreno e della salute degli agricoltori. Inoltre, questo tessuto rende il 10% in più rispetto alla coltivazione del cotone, ha una consistenza simile al lino ma è più efficace nel bloccare i raggi UV, è fresco da indossare quando fa caldo ed è, al tempo stesso, molto coprente nella stagione invernale.

Infine, c’è da sottolineare che la lavorazione della fibra tessile è del tutto meccanica e questo comporta un gran bel vantaggio in termini ambientali: non sono necessarie sostanze chimiche e questo rende la sua sostenibilità più reale rispetto ai concorrenti.


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